Il Natale, il presepe, la zia

Ogni anno il Natale arriva e passa. Dopo questo ne arriveranno altri e prima di questo ne sono già passati tanti. Purtroppo, per un increscioso errore anagrafico a cui non c’è rimedio, io ho già ricordi di moltissimi Natali.

Come tutti i bambini, da piccola aspettavo con ansia il Venticinque Dicembre ma, inevitabilmente, nei giorni precedenti andavo già incontro a grandi delusioni: desideravo ogni anno un albero di Natale pieno di  lucine e, ogni volta, la questione era furbescamente liquidata dalla mamma con la stessa frase lapidaria: “l’albero è un simbolo pagano”. Facevo elenchi di regali e mi veniva detto che Gesù Bambino sapeva già quello di cui avevo bisogno.
Non mi restava che accontentarmi dello stesso Presepe di sempre illuminato da una piccola  candelina di cera e rassegnarmi ai soliti regali utili, sperando almeno in un libro. Una volta allestito il presepe mi mettevo comunque l’animo in pace e, ogni sera davanti alla grotta, io e mia sorella passavamo in rassegna  tutto il repertorio dei canti natalizi. In queste occasioni, la mamma si univa alle nostre voci. Allora arrivava la gioia. Diventata più grandicella, vivevo più allegramente il giorno della Vigilia: c’erano gli ultimi pacchettini da preparare, gli scambi degli auguri con le amiche, c’era la Messa di Mezzanotte. Poi arrivava il giorno di Natale e c’era … la zia Clementina! Vedova, senza figli, anziana e austera, vestiva di nero e aveva i capelli bianchi raccolti in una crocchia. Lo sguardo indagatore e le labbra poco inclini al sorriso, era per me uguale alla zia March di Piccole Donne. Era la zia della mamma e, per non lasciarla sola quel giorno, veniva invitata da noi. Cominciava così l’incubo di ogni Natale. La mamma, appena sveglie, smorzava subito il nostro entusiasmo comunicandoci nervosamente le sue indicazioni: divieto assoluto di mostrarci con il libro in mano: la zia lo considerava un invito all’ozio, divieto di farci dispetti e ridacchiare, divieto tassativo di disobbedire. Dovevamo invece sparecchiare, lavare i piatti, mostrarci educate e servizievoli, perché la zia Clementina … ci osservava! Poi, tra una coscia di cappone e un pezzo di mostarda, lasciava cadere, duri come torroni, i suoi giudizi. Nonostante i nostri sforzi, ogni anno la zia non si faceva scrupolo di farci sapere che le figlie di questa o di quell’altra parente sapevano già stirare e pulire alla perfezione. Tutto inutile per noi, era un’impari lotta: ne uscivamo sempre sconfitte!
Dopo il tormento del pranzo arrivava l’ora della processione al cimitero. Poi la zia tornava nella sua casa. E nella nostra tornavano i libri.
Per trovare nella memoria Natali di nuovo gioiosi, devo fare un salto nel tempo arrivando agli anni in cui io e mia sorella eravamo a nostra volta madri con le figlie piccole.  La sera della vigilia ci vedeva già indaffarate nell’allestimento di sacre rappresentazioni natalizie in cui ognuna delle nostre figlie interpretava un personaggio. Le due più grandi  si giocavano i ruoli della Madonna e dell’Angelo cantante, mentre la più piccola godeva del privilegio di essere avvolta in bianche vesti e di essere adorata come Gesù Bambino. Rimaneva  il nodo dolente di chi avrebbe impersonato S. Giuseppe. La scelta cadeva sempre sulla stessa: la mia figlia primogenita! Ogni anno tentava di ribellarsi ma essendo di buon carattere alla fine si lasciava dipingere barba e baffi, poi infagottata in un saio marrone, prendeva il suo posto.
In anni più recenti, sposate anche le figlie, i nostri pranzi di Natale si fecero sempre più festanti e, per renderli ancor più sorprendenti, un giorno decidemmo di introdurre il Natale Regionale: ogni anno sulla nostra tavola si sarebbero serviti i piatti tipici di una regione estratta a sorte. Entusiasmo generale: figlie, generi, nipotini, tutti coinvolti: chi a cercare, chi a pensare, chi ad assaggiare, chi a cucinare … Cominciammo dal Piemonte, poi fu la volta del Trentino Alto Adige. Quando arrivammo alla Liguria, io e mia sorella dichiarammo che sarebbe stato utile andare sul posto a testare i prodotti. Mio cognato, che era stato precettato per stare con la mamma già molto anziana,  esclamò serafico : “Fortunatamente stavolta mi tocca la Liguria: in un giorno me la cavo, non oso pensare quando verrà il turno della Sicilia”.

Epilogo: Il Natale passa, resta nel cuore il ricordo … anche della zia Clementina.

#ognitantounracconto

3 pensieri riguardo “Il Natale, il presepe, la zia

  1. Ahahahaha zia , bellissimo racconto. I bambini ,soprattutto Tommi ,terrorizzati dalla zia Clementina e divertiti da Vale coi baffi!!!!

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  2. Magari potessimo ritornare ad avere un Natale così: senza mascherina, senza ipertensione, senza rughe, senza chili di troppo…
    P.s: II “serafico ” ribadisce che in Sicilia comunque ci siamo andate a testare menù mai riproposti in famiglia.

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