
Aprì un occhio dopo l’altro, restò ad ascoltare il cadenzato russare del padre poi, con un gesto deciso, si alzò. Anche quel giorno Antonio, o “Tugnin” – come tutti lo chiamavano – scese nella grande cucina prima dell’alba lasciandosi avvolgere dal suo generoso silenzio. Rimase fermo nel buio; voleva gustare a fondo la pace di quel momento. Tugnin aveva quarantotto anni, abitava ancora nella vecchia casa insieme all’anziano padre e alla famiglia di suo fratello: di occasioni per stare da solo ne aveva ben poche. Accese la luce e con calma mise a scaldare il latte, lo versò nella scodella, prese il pane raffermo e si sedette a mangiare. Fra qualche minuto, quando i primi raggi di luce avrebbero rischiarato il cielo, sarebbe uscito per andare al lavoro. Era un marmista, un abile scalpellino. Quel giorno era deciso a terminare l’opera di cui andava tanto fiero: stava incidendo nel marmo del Monumento ai Caduti i nomi dei soldati che, chiamati alla guerra, erano partiti dal paese pieni di speranza e non vi avevano più fatto ritorno. Ogni nome inciso nella pietra apparteneva al volto di un uomo che lui ricordava o di cui conosceva la famiglia. Per questo voleva che il risultato fosse impeccabile, per questo metteva nelle mani tutta la sua bravura. Perchè bravo, era bravo il Tugnin: un artista! Da autodidatta aveva imparato anche a leggere la musica, la sua grande passione. In famiglia, a dire il vero, tutti sapevano cantare o suonare uno strumento ma lui aveva qualcosa in più: gli bastava uno sguardo alla partitura e già la musica risuonava esatta nella sua testa. Mentre gustava l’ultimo boccone di pane e latte ripensò alla sera prima quando si era trovato con la banda per la prova settimanale. Non avrebbe più scordato quel momento: con lo sguardo fermo aveva cercato gli occhi dei suoi “musicanti”, poi aveva alzato la bacchetta e dato il segnale. Ecco la Musica! Il suo semplice gesto era stato in grado di generare una melodia bellissima. Fu allora che sentì il cuore battere al ritmo del tamburo e la bocca aprirsi al sorriso. Era felice! E non ricordava quando ancora fosse successo. Sapeva che i suoi allievi gli rimproveravano di essere troppo severo, ma la vita non l’aveva certo abituato al sorriso. Era nato nel 1906, il maggiore di otto figli, aveva subìto due guerre, patito la fame e la miseria. C’erano giorni in cui il cuore si faceva freddo e pesante come il marmo che incideva, in quei momenti non poteva fare altro che cercare conforto in un bicchiere di vino. Un rumore improvviso interruppe i suoi pensieri. Sentendo i passi della cognata sulle scale, prese i suoi arnesi e uscì. In un attimo fu nella piazza del municipio dove avevano eretto il Monumento ai Caduti. Si fermò a guardarlo orgoglioso: un po’ del suo lavoro sarebbe rimasto nella storia del paese. Salì veloce in cima e cominciò a darsi da fare. Dall’alto del grande blocco di pietra gli arrivava il vocio dei passanti. Alcuni si fermavano a guardare, altri lo chiamavano per salutarlo. Dopo poco si spostò per cambiare posizione. Il suo piede perse l’appiglio. Lo videro cadere nel vuoto. La testa picchiò violentemente il marmo e il buio lo prese. Niente fu più come prima: la mente non aveva più i ricordi, il cuore non aveva più gli affetti. Solo la musica gli era rimasta accanto. Sentiva le note risuonare in ogni parte del corpo. E nella sua testa prendevano forma meravigliose sinfonie che dirigeva col gesto elegante delle mani. Passarono i giorni, i mesi, un anno. La convivenza in casa divenne sempre più difficile. Per lui che andava perdendo la ragione, per la famiglia schiacciata dal dolore e dalle responsabilità. Si riunirono i fratelli e le sorelle con il padre per cercare una soluzione: Tugnin, lasciò la sua casa, il suo paese, la sua banda. Fu ricoverato in istituto. Cominciarono così i viaggi della domenica verso quel luogo. A turno i fratelli e le sorelle, prima in pullman poi in auto con i figli ormai grandi, gli facevano visita. Lo aspettavano nella sala all’ingresso e lo guardavano arrivare accompagnato da un infermiere. Il suo volto sembrava aver perso il tratto ombroso ed aver trovato – proprio in quel luogo e dopo averla tanto cercata – la serenità. Avanzava sorridendo a piccoli passi con le mani volteggianti nell’aria come ad accompagnare un solfeggio; sul capo un fazzoletto annodato ai quattro lati e indosso la divisa del posto. Si sedeva al tavolo coi familiari, a volte li guardava chiamandoli per nome (un lampo fugace di goia illuminava allora gli occhi di ognuno), gustava il generoso spuntino che gli mettevano davanti poi si alzava. Di nuovo solfeggiando e con gli occhi sorridenti, se ne andava. Dal 1955 al 1981 il “manicomio” fu la sua casa e la Musica la sua fedele compagna.
Epilogo: “Tugnin” era il fratello di mio padre che, finché visse, lo tenne – prezioso – nel cuore.
#ognitantounracconto
Una storia triste, però con un filo di speranza:
“La musica la sua fedele compagna”
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Di quest’ uomo ho vivo il racconto tramandatomi, un’ esistenza falciata da una rovinosa caduta.
Leggere di lui oggi mi commuove,
grazie alla tua particolare capacità nel descrivere altre
caratteristiche che riescono a dare espressione artistica a ciò che racconti.
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Con questo racconto ti sei superata. Commovente.
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